Trading con l’Oscillatore Stocastico: Guida (Parte 2/3)

oscillatore stocastico

oscillatore stocastico

DateTimeTypeCntsPriceSigne!EntryCumulative
NomeP/L
12/05/992:OOamSExit1213€0.01(€0.02)
12/05/992:OOamBuy12.13
12/23/992:OOpmLExit12.745€0.58€0,56
12/23/992:OOpmSell12.745
1/07/0011:OOamSExit12.465€0.25€0.81
1/07/0011:OOamBuy12.465
1/17/0011:OOamLExit12.85€0.35 €1.16
1/17/0011:OOamSell12.85
Average0.050
St. Dev.0.371
N.23
t0.9751.960
Max0.202
Min-0.101

Dunque ce l’abbiamo fatta. Mediamente, non solo si guadagna, ma in futuro, quando si opererà con segno positivo, il guadagno sarà superiore alla perdita conseguita dalle operazioni con segno negativo.

Con un notevole grado di credibilità abbiamo dunque stabilito i seguenti due risultati:

  • la ricetta classica dell’oscillatore stocastico ha una discreta performance se applicata sull’intraday;
  • è molto difficile ottenere risultati affidabili nel tempo se si usano periodi di campionamento inferiori alle 3 ore.

Ora, per alleggerire la tensione creata da tutti questi numeri, vi racconterò una storia. Ed Seykota non è un capo indiano morto a Little Big Horn nel compimento della sua missione: è un trader, per inciso con una laurea in ingegneria elettronica conseguita al Mit, che non è proprio l’ultima università americana. È anche un trader importante (Schwager, 1993), benché poco noto, perché a quanto pare è stato il primo a usare la filosofia del trading system, cioè, come ho già spiegato, del trading che rispetta in maniera ferrea i segnali di acquisto e di vendita che si ricevono da un sistema computerizzato.

Seykota costruì il suo primo trading system negli anni Settanta, quando lavorava per una società di brokeraggio americana (con terminologia nostrana, diremmo una Sim).

Il suo trading system, all’inizio, era tutt’altro che sofisticato: era il semplice incrocio di due exponential smoothings (Di Lorenzo, 2005b, 2006a e 2006b). Successivamente si è modificato, ma solo marginalmente, e i fondamenti sono rimasti gli stessi. Alla domanda che gli posero in seguito, quali fossero gli elementi più importanti nel suo stile di trading, Seykota non esitò a dichiarare che innanzitutto c’era il trend a lungo termine, poi la situazione tecnica a breve termine, e quindi il tentativo di individuare un buon punto di ingresso o di uscita. Quasi in fondo alla lista delle sue preferenze venivano i fondamentali che, in generale, gli aveva¬no sempre fatto perdere soldi.

Il suo trading system originale era disegnato per gestire le operazioni sui futures ed era promosso da centinaia di venditori della società stessa. Quasi tutti i trading system sono — o meglio erano — disegnati allo scopo di fare trading sui futures; dico “erano“, perché oggi il trading online, con le sue basse commissioni, rende possibile l’utilizzo dei trading system anche per altri strumenti finanziari, in particolare le azioni.

La ragione è semplice: i trading system non sono sistemi particolarmente intelligenti, fanno guadagnare relativamente poco in rapporto a un grande professionista, e quindi è facile che il guadagno sia annullato dalle commissioni, se queste sono abbastanza alte. Del resto sono pochi nella realtà i grandi professionisti: le influenze del management della società di brokeraggio di Seykota sulle decisioni prese dal trading system si rivelarono, per esempio, nefaste.

Per farla breve, a Seykota non veniva consentito di seguire in maniera ferrea le indicazioni del trading system. C’era sempre qualcuno dei suoi “capi” che — convinto di essere il vero mago della finanza, anche se in perfetta buona fede — gli diceva: “Ma no! La macchina sbaglia… un mio amico alla Federal Reserve mi ha detto che… non farlo“. Col tempo si sarebbe scoperto che l’amico alla Federal Reserve (la Banca centrale degli Stati Uniti) era il fattorino che si spacciava consigliere del Governatore. In sostanza, Seykota non faceva quello che gli diceva la macchina e i clienti perdevano soldi.

Chi ha adoperato un trading system in una banca o in una Sim sa che le cose vanno più o meno così. C’è sempre qualche fattorino che gode la fiducia della direzione.

In particolare, Seykota ci racconta che una volta il programma generò un segnale di acquisto per il futures sullo zucchero intorno a 5 cents. I “capi” dissero che lo zucchero era ipercomprato e perciò non se ne fece niente.

Ma lo zucchero cominciò a salire, e allora i “capi” si inventarono la regola che avrebbero comperato sul primo pullback (ritorno in­dietro) di 20 punti (100 punti = 1 cent).

Ma lo zucchero continuò a salire.

Allora i “capi” decisero che avrebbero comperato sul primo pul­lback di 30 punti. Ma lo zucchero continuò a salire ancora senza mai fare un pullback di 30 punti… insomma questa storia andò avanti per settimane fino a che lo zucchero arrivò a 9 cents.

A quel punto i “capi” decisero che bisognava entrare perché quel­lo era un bull market (un mercato toro, in altre parole “al rialzo”). Ovviamente, dopo un paio di giorni da che erano entrati, il mer­cato cominciò a scendere inesorabilmente.

Il sistema diede un segnale di vendita, ma i suoi capi lo ignora­rono, perché quello doveva essere un bull market: sennò non ci sarebbero entrati! Così un’operazione che, se fatta al momento giusto, avrebbe ge­nerato quasi il raddoppio dell’investimento, si tramutò in una gros­sa perdita… per pura stupidità.

Un altro aspetto che a Seykota non andava a genio era che il management lo spingesse a fare operazioni anche quando il mer­cato non presentava particolari opportunità e il trading system non dava alcun segnale. Questo perché l’interesse della società era quel­lo di fare commissioni.

A quel punto Seykota mise la foto della moglie e dei bambini in una scatola, disse al capo: “I’m going” (me ne vado), e se ne andò. Come in un film di Hollywood. E sapete cosa fece? Quello che quasi tutti vorremmo fare: apri un ufficio a casa sua, sulle rive del lago Tahoe (non so proprio dove sia, ma lo immagino del tipo di quelli che si vedono, appunto, nei film di Hollywood) e, con un susseguirsi di passa parola, cominciò a ven­dere i suoi servizi a clienti che lo lasciavano fare (evidentemente non avevano un amico alla Federal Reserve!).

I risultati furono impressionanti.

Uno dei suoi clienti, quello che egli tiene tuttora come bench­mark — cioè come metro di misura — che aveva cominciato con 5.000 dollari nel 1972, nel 1988 aveva guadagnato 15 milioni di dollari; vale a dire che era passato da circa 10 milioni di lire a 30 miliardi! Non si conosce nessun altro trader che sia riuscito a fare altrettanto nello stesso numero di anni.

Seykota però non ha dimenticato le vicissitudini procurategli dai suoi ex capi. Infatti non accetta nuovi clienti se non hanno passato un suo personalissimo esame.

L’esame serve a Seykota soprattutto per capire quali sono le motivazioni e il grado di sopportazione del rischio, da parte del potenziale cliente.

Se il cliente potenziale è evidentemente tipo da preoccuparsi molto per le oscillazioni — e le possibili perdite — di breve periodo, Seykota lo rifiuta, perché un cliente simile tende a interferire trop­po e troppo spesso nel lavoro del gestore, condizionandone le mosse. Se un gestore sa che, qualora sbagliasse, gli arriverebbe immedia­tamente la telefonata di una persona in crisi di nervi, comincerà ad avere paura lui stesso di sbagliare e… sbaglierà davvero.

Il cliente ideale è quello che fa sì verifiche periodiche, ma ascol­tando attentamente le spiegazioni su ciò che è successo, sul perché è successo, su quali misure sono state prese per proseguire nel migliore dei modi e, in fin dei conti, lasciando lavorare in pace il gestore su un lasso di tempo ragionevole.

Seykota non ha nessun collegamento in tempo reale sulla sua scrivania per osservare l’andamento dei mercati; dice che un colle­gamento in tempo reale è come una slot macchine: continui a met­ter dentro soldi, e normalmente li perdi. Seykota segue solo grafici daily, il che significa che ogni mattina aggiorna i suoi file con le chiusure del giorno precedente, e nient’altro. Il suo trading system gli dice cosa fare per quel giorno; lui lo fa, e poi va a pescare. Questo, beninteso, è il suo stile di trading: non deve essere neces­sariamente il vostro, che potreste essere invece appassionati del­l’operatività sull’intraday.

Che lo stile di trading di Seykota sia molto, per così dire, rilas­sato, lo confermano anche alcune sue affermazioni, del tipo: “Quan­do sono bullish (cioè rialzista) non compro né su una reazione al ribasso né su un movimento secondario al rialzo… sono già dentro”. In realtà egli cura soltanto i trend primari, e non fa nessuno sforzo nell’illusorio tentativo di perseguire un timing assolutamente per­fetto, entrando ai minimi e uscendo ai massimi.

Questo stile rilassato è, secondo Seykota, una delle chiavi del successo. Infatti, chi si lascia sopraffare dalle emozioni seguendo i mercati troppo da vicino e con troppo coinvolgimento, inevitabil­mente sbaglia, e sbaglia anche con una certa facilità.

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